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Città di antica tradizione, con una frequentazione umana che si è sempre perpetrata attraverso i secoli, le terre tra Este e Monselice si sono arricchite di luoghi ricchi di suggestione. Arquà è stata scelta da Francesco Petrarca come sua estrema dimora, e la sua ultima abitazione è ogni anno meta di migliaia e migliaia di visitatori, secondo una tradizione che si ripete da molti decenni e che ha visto tra i suoi fautori Byron, Shelley e Foscolo: su questi dolci declivi collinari, il poeta nativo di Zante ha ambientato alcune delle più intense pagine de “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”. Numerose leggende si ambientano in questo piccolo andito dei colli, come il laghetto della Costa (sempre presso Arquà Petrarca) che, oltre a vantare la nomea di porta dell’Inferno e a esserne impossibile la misurazione della sua profondità, nasconderebbe le rovine di un antico monastero qui sprofondato per la corruzione dei suoi residenti. Conventi, eremi e abbazie hanno da secoli trovato la loro sede ideale per la meditazione e la preghiera sui colli, costellandosi così di luoghi dello spirito. Fiori di marmo, con incredibili parchi, sono spuntati ovunque, discendendo dalle pendici e arrivando sino alla pianura. A Sant’Elena, la composita mole secentesca di villa Miari de’ Cumani, ha trovato sembianze neogotiche agli inizi del ‘900, all’interno del grandioso parco all’inglese che quasi la nasconde alla vista dei passanti. Nella vicina Carceri, si erge la monumentale mole dell’antica abbazia di Santa Maria, dal 1197 monastero dei Canonici Regolari, poi dal 1407 in mano ai Camaldolesi, per divenire infine, nel 1690, proprietà della Serenissima che lo alienò, una volta sconsacrato, alla famiglia Carminati. Durante l’ultimo conflitto mondiale fu impiegato come ricetto per moltissime opere d’arte del Veneto e di Venezia, al riparo dai bombardamenti. Un simbolo di questa terra, scrigno intessuto di tesori, alcuni ancora da scoprire.
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